domenica , marzo 24 2019
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Da Vasco ai Sex Pistols, la grande truffa del rock ‘n’ roll ha molto da …

Essere iconoclasti, appunto. Gridare No Future talmente forte e in maniera convincente da convincere tutti, anche troppo. Non è un caso che il film che un altro mezzo genio incrociato da Malcolm McLaren, Julian Temple, ha dedicato a questa storia si intitoli The Great Rock’n’ roll Swindle (La Grande Truffa del Rock’n’Roll). Di questo si tratta, di una truffa, di un imbroglio. C’era una casa vuota, il frigo pieno, il divano comodo, Malcolm è entrato e si è messo a guardare le tv, mangiando schifezze e bevendo birra fresca.

Un virus è entrato in una ferita e ha infettato il corpo, l’ha trasformato. Già prima di lui, e la sua storia è legata a doppio filo a quella del movimento punk, c’era stato Andy Warhol a New York, dalle cui intuizioni certi suoni erano partiti, e dal cui genio era partita l’idea di rendere arte il marketing, la riproducibilità del quotidiano, l’estetizzazione della serialità. La sua Factory, i suoi Velvet Underground, e so che sto tagliando tutto con l’accetta senza entrare troppo nello specifico, andywarholizzando il mio ragionamento, sono stati in qualche modo scintilla che ha animato il fenomeno punk in America, quando ancora Malcolm McLarena andava a scuola. Iconoclastia, ripeto.

Chiaro, si può essere iconoclasti anche in maniera un po’ meno rivoluzionaria e definitiva. Si può, semplicemente, decidere di aderire a un flusso, come quando in un qualsiasi parco acquatico ci si lascia andare alle onde anomale della piscina grande. Si sta lì, e si segue la massa, cercando di arrivare alla parete di fronte, toccare la campana più in alto, spiccare sugli altri. O si può anche decidere di lasciare che siano gli altri a indicarci la strada, più o meno consapevolmente, diventando combustibile per il nostro stesso motore.
Un esempio di questa tipologia di iconoclasti è sicuramente Vasco Rossi, ormai assurto a ruolo di guru indiscusso del nostro panorama musicale, e passato, nei decenni che lo hanno visto quasi sempre protagonista assoluto, dal ruolo di cantatuore a quello di rocker maledetto, via via, fino a quello di re degli Stadi e di indiscusso erede di Fabrizio De Andrè, poeta anarchico e fuori dalle regole destinato a essere voce di chi non ha voce. Se ci pensate un attimo, a freddo, la sua storia, riassunte in poche righe qui sopra, mette i brividi.
Fosse un film con Leonardo Di Caprio come protagonista diventerebbe un blockbuster tipo Prova a prendermi. Vasco, che è un grande artista, sicuramente il cantautore italiano con il più grande seguito transgenerazionale, quello più immediato e diretto, e che è un iconoclasta puro, ha in qualche modo assecondato l’immaginario che altri hanno di volta in volta appiccicato al suo nome, finendo per crederci talmente tanto da farci credere tutti, traslando una intuizione in realtà. Quindi prima cantautore, poi rocker maledetto (grazie a Nantas Salvalaggio, “quel tale che scrive sul giornale” che così lo descrisse), poi rocker del “siamo solo noi”, drogato, arrestato, quindi arrabbiato, Gli spari sopra, noi da una parte loro dall’altra, quindi, intuizione di Roberto De Luca, quello da Stadi, da megaconcerti, quindi, intuizione di Dori Ghezzi, erede di De Andrè, da cattivo maestro a maestro e basta, da peccatore a santo. Amen.

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